Ci sono buchi nel cuore e nelle porte. Nel primo caso palazzi di dolore e nel secondo caso palazzi doloranti.
E poi indossi fuseaux a righe come se avessi quindici anni e non ti senti neanche cretina quanto dovresti (Taken with instagram)
Su popular di instagram finiscono sempre i tramonti *segnare sul taccuino della piccola ricercatrice di strambi meccanismi algoritmici fotografici
Merletti al mattino, gelo di anguria e granita al limone. Direi che buongiorno posso urlarlo a gran voce adesso.
Non apro mai il tettuccio della macchina. Ho paura che entri un insetto tropicale capace di narcotizzarti con il suo pericolosissimo veleno che si propaga nei vasi sanguigni il tempo di passare dalla terza alla quarta. Ho paura che con i capelli sciolti il vento possa attorcigliarli fino ad avvolgermi il collo e strozzarmi. Ho paura che un enorme uccello impazzito, affetto da una qualche sindrome hitchcockiana, possa perforarmi il bulbo oculare e portarlo via lasciandomi come Malocchio Moody. Ho paura che ferma al semaforo possano buttarmi fazzolettini, gadget luminosi e accendini fino a occludermi la visuale e farmi tamponare. Ma soprattutto ho paura di prendere freddo e farmi venire l’otite. Ma mi pare l’ipotesi più inverosimile.
Troppe buche per la strada. L’emicrania sembra passare solo quando si è fermi al semaforo. Lo stesso dove ore prima facevo ridicole foto di me puntandomi la fotocamera contro. Pretendo un palloncino con l’elio; di quelli con il filo lungo che le mamme ti legano al polso per non farlo volare via. Un braccialetto fatto di sogni. Puoi volare ma solo a metá. Puoi restare ma solo a metà.
Sdraiata sul gelo di mellone con due elle, fisso la pioggia di cannella sul monte innevato di ricotta del cannolo. Nel guscio del pistacchio mi nascondo. Se lo capovolgo diventa una barca e come remo una bacca di vaniglia nell’oceano di the verde dove ondeggia una mandorla tostata. Arriva il conto a disturbarmi. Io saresti rimasta lì. Sdraiata.
Sì lo riconosco. Con il tempo sono diventata una tipologia di cliente che si lamenta con garbo. Premurandomi di nascondere il malcontento nella speranza che qualcuno si renda conto. Non alzo la voce e non ti spiego cosa non va. Sorrido con riserva mentre controllo la posta sull’ipad e dico che no. Non voglio la password del wi fi gratis. Che faccio da me. I pacchetti cellulari diventano corazza e autodifesa e mentre fisso le zeppe della tedesca che fa il check out mi chiedo se visitare una città con quindici centimetri di corda e sughero sia più comodo che in sneaker. Pare di sì. Io ho tre ematomi e cinque cerotti. Lei uno smalto orrendo blu e un neo viola. Se non altro è abbinato a quello. Il fatto è che darmi una camera vicino alla stanza “staff only” dove si organizzano le colazioni dalle sei mi farebbe venir voglia di essere un’altra tipologia di cliente ; quella che esce fuori in accappatoio e urla “non è possibile!!!!”. Solo che a me piace mugugnare con garbo; che vado via prima. Che la penale possono applicarla chi se ne importa. Che la password per entrare nel mio wi fi di fiducia è: Gentilezza. Parola sconosciuta per chi accoglie gli ospiti con rumori durante i sogni. E allora un discreto vaff (censura) ve lo sussurrerei ma preferisco essere subdola e darvi mezza stellina su trip advisor. Obiettivo del giorno: zeppe. Non credevo che una tedesca con lo smalto blu ai piedi (e fucsia nelle mani) potesse insegnarmi qualcosa in fatto di calzature. Ah buongiorno. Un par di. Un par di zeppe.
Cose che ho imparato oggi in viaggio: 1. Esistono tanti mondi e io ho paura di tutti. Cerco di affrontarli mentre attraverso sulle strisce, dopo aver aspettato il verde del semaforo; fissando per terra mi chiedo se verró travolta da un’automobilista impazzito e se dei pezzi di me voleranno fin sulla palma che fa ombra ai turisti sulla panchina. Attraversare la strada non é semplice come potrebbe sembrare. 2. Per avere meno paura di finire a pezzi su alte piante tropicali, invento giochi. Tipo che scatto foto al semaforo e fermo il tempo sulle paure in divenire e in movimento. Le pubblico. Le esorcizzo. E le supero o perlomeno con l’intenzione di farlo. 3. Sono molto sicura di me quando fingo di essere una sicura di se.
Io quasi quasi prima di addormentarmi per qualche secondo faccio finta di crederci ancora nell’amicizia. So già peró che funziona invertendo i tempi. Devo prima dormire. Poi sognarlo. Essere felice. Fino al risveglio. Deridermi, a seguire.
L’orchidea finta mi ha fatto decretare che questo giaciglio non mi piacerà. Oggi, domani e dopo domani. Qualcosa di pretestuoso vi è nel minimalismo lussuoso della qualità floreale scelta. Bisognava optare per una margherita vera piuttosto. Poco mi piacciono gli alberghi bugiardi. Molto apprezzo le bettole oneste. Devo solo smettere di non andarci, allora.
C’è qualcosa che turba gli altri. Il mio controllo. Mi guardano mentre sto zitta e sorrido. Loro vogliono la pizza. Poi forse improvvisa voglia di pesce. Poi no. Voglia di carne. Dieci minuti bastano per decretare che no. Troppa fame per una pizza soltanto. Dicono nomi. Parlano di voglie. Pizze con carne e pesce e verdure e fritture. Cinese, giapponese, e kebap. Non con la b, mi dico mentre li guardo. Sorridendo. Smettono tutti di aver voglia quando dico ” per me non fa differenza “. Vorrebbero tagliarmi la testa. Ecco. Capisco di aver sbagliato compagnia quando si perde tempo a parlare di cibo piuttosto che. Essere insieme. Anche a digiuno.